Villa Spigarelli

Cultura

di Giuliana Iotti

 

Un anno fa, il due Gennaio 2017, il conte Spigarelli lasciava questo mondo. Ricordo perfettamente il giorno in cui, ultranovantenne, ci accolse con badante e giardiniere sulla soglia dell’omonima villa e ci invitò per una visita. A volte, di fronte a reperti di epoche così antiche, si resta increduli ma questo splendido gioiello che abbiamo sul territorio anziate è, fortunatamente, ancora tangibile. Il conte ci ricevette seduto, “a timone” come la statua della dea Fortuna anziatina che diceva di avere trovato nel portico della villa ma che poi portò a Roma.

Che quest’area sia stata utilizzata già da tempi molto antichi lo dimostrano i rinvenimenti di vasi, tazzette, ciotole, ceramiche pertinenti a fasi insediative pre-romane datate al IX-VIII sec a.C. rinvenute in via delle Mimose, in viale Coriolano e alle spalle di via dei Volsci. Sempre su via delle Mimose, che è limitrofa alla villa, nel 1970 apparve addirittura un recinto o podio in opera quadrata, di età repubblicana con annessa una stipe contente oggetti ben più antichi come fibule, statuine in argilla e bronzo, mani, piedi, uteri e falli votivi.

Entrando nella villa vera e propria, la prima struttura immediatamente visibile a sinistra dell’ingresso di via Coriolano è una serie di sette arcate relative ad un antico acquedotto che attraversava l’altipiano delle Vignacce. Oggi queste arcate sono semi inglobate dalla fitta vegetazione ma comunque esempio dell’eccellente ingegneria idraulica romana. Per il Lombardi, l’acquedotto principale derivava dai Colli Albani e fu restaurato dall’imperatore Antonino Pio. Una carta del Cingolani del 1692 riporta proprio un acquedotto con direzione Nord/Sud che attraversa le Vignacce e giunge sino al mare. Questo acquedotto forse fu fatto costruire in epoca repubblicana da C. Lucrezio. In fondo al viale d’ingresso, lo scalone d’accesso alla villa sovrasta un vasto criptoportico seminterrato dove “riposano” statue e colonne e dal quale si diparte un fitto reticolo di cunicoli che collegano l’intero edificio con il giardino sottostante e non solo. Le strutture del criptoportico si rivelano di età neroniana con interventi e rifacimenti di età flavia e dioclezianea. La facciata della villa ingloba i pochi elementi di età Repubblicana rinvenuti mentre un grandioso salone centrale ingloba strutture romane relative a villa spigarelli diverse fasi di età imperiale: un magnifico pavimento a mosaico bianco e nero decorato a svastiche, colonne marmoree, statue ed elementi decorativi con figure antropomorfe. La vista dal portico antistante spazia sull’antico Caenon e sul mare di Anzio, una serie di vasche decorate a mosaico degradano verso il giardino e attestano solo in parte la ricchezza che la struttura doveva mostrare in età imperiale. Nel giardino antistante rinveniamo un tratto di strada basolata identificata dalla dottoressa Scrinari come pertinente alla Via Recta, ricordata anche da Cicerone la via si dirigeva sia verso i Colli Albani che verso la Valle del Sacco, utilissimo collegamento viario. Lungo quest’asse viario, sempre all’interno del giardino e antistante la villa, un’ara sacrificale decorata con figure zoomorfe, relativa a culti pagani e affiancata una volta, si dice, da una coppia di cerve bronzee di cui però oggi non si ha più traccia. Ultima struttura, ma non di minore importanza archeologica, è la caupona con thermopolium ovvero la locanda- bar- ristoro di tardo periodo imperiale, forse inizi del IV sec. d.C. rinvenuta ai piedi della villa.

Preceduta da una breve scalinata, i suoi quattro ambienti sono ricavati nel macco. Tra questi si nota ancora un’ampia sala centrale di quasi cinque metri di altezza affrescata e pavimentata con un mosaico geometrico realizzato con marmi preziosi di reimpiego pertinenti a strutture di periodi precedenti. Entrando nella stanza alla destra si nota ancora Nonostante rimanga ancora incerta la sede del tempio della dea Fortuna a cui Orazio dedicò la celebre ode(carm. I, 35, 1.) il cui incipit: “O Diva gratum quae regis Antium…” è citato come motto della città di Anzio nel suo odierno gonfalone, vorrei credere al conte che diceva di aver trovato il banco di mescita realizzato in opera cementizia e rivestito in marmo. Poco distante, è stato riconosciuto il piccolo thermopolium relativo alla caupona o la statua della dea nella villa e che quindi quello fosse il suo tempio. Durante un’ultima visita, dopo la scomparsa del conte, un amico anziate chiedeva scherzosamente se tra gli ospiti americani qualcuno volesse comprarla. Ho provato una fitta al cuore. Come recita un proverbio tedesco: “ è meglio non avere mai avuto una corona che doverla perdere”. Anzio, che è stata con Roma ed Ardea una delle più importanti città del Latium Vetus, nota in epoca pre-romana, repubblicana, imperiale e definita da Orazio “domina aequoris”, ossia Signora del mare, ha oggi dimenticato la sua regalità e si è ridotta come la vediamo. Come vorrei che qualcuno non dormisse o peggio fingesse di dormire sugli allori e ritornasse a cingerle il capo come merita con la sua corona.